lunedì 1 ottobre 2012
trasloco
tutto quanto è orgogliosaemente si sposta su http://omnisolidatum.tumblr.com/
lunedì 3 settembre 2012
Due edifici di Frits van Dongen
Dev’essere dura al giorno d’oggi chiamarsi Frits van Dongen in Olanda;
le domande che immagino ti vengano rivolte vertono sempre sugli stessi
due argomenti: come mai the whale riscuote così tanto successo? Oppure: ma quindi lei è il nipote di Frits van Dongen?! Quanto mi è piaciuto Il tesoro segreto di Tarzan!
Dipende dal tuo interlocutore. Già perché una delle poche star
hollywoodiane olandesi attive negli anni Trenta e Quaranta decise di
chiamarsi in arte proprio così, particolare assai curioso.
Ma il van Dongen di cui qui si vuole parlare è l’architetto recentemente
nominato Chief Government Architect of the Netherlands, carica che
accresce certamente le responsabilità affidate al suo nome, per noi
italiani così legato ad un amico famoso di mascagnesca memoria.
Si direbbe quindi spalancato l’accesso che porta all’Olimpo delle archistar per lui e per lo studio di cui è socio, de Architeketen Cie, tanto più che l’associazione vanta realizzazioni, riconoscimenti e prestigiosi premi a livello internazionale.
Ma qui ci solleveremo dall’incombenza di parlare della o di Ijburg, privilegiando il percorso come foriero di significati, a discapito della meta. Sarebbe infatti coincidenza assai probabile che, con l’intenzione di raggiungere la zona Ijburg o Borneo-Sporenburg ad Amsterdam, voi vi imbattiate in due realizzazioni dello studio Cie firmate Frits van Dongen, meno celebri ma sicuramente non meno interessanti, anzi.
La prima si trova in Anne Frankstraat al numero 119, un blocco residenziale che definisce un isolato angolare all’incrocio tra due canali. Il programma edilizio di Botania (dal nome del cliente) risale al 1996 e prevedeva 40 alloggi e 1.000 mq a destinazione commerciale, più una quota di parcheggi, per un totale di 27.200 mc. L’edificio, finito di costruire nel 2002, colpisce per la sua stereometrica volumetria che si immerge liscia nel canale, senza alcun tipo di basamento o di cesura o differenziazione di materiale. Il parallelepipedo, così esteticamente risoluto e severo, ha in realtà una massa interna scavata con intelligente varietà, denunciata solo in minima parte dalle bucature sui prospetti. I quaranta alloggi infatti hanno dei tagli molto diversi tra di loro, definendo un mix tipologico che caratterizza fortemente la sezione dell’edificio: alcuni di essi sono passanti, lunghi e stretti, disposti in modo da avere l’affaccio su fronti opposti del blocco. Questa particolare scelta divide il vuoto centrale in due parti, due ambiti della corte che potremmo definire “attacco al cielo” e “attacco a terra”: sul primo si affacciano alcuni degli alloggi dei piani superiori costituendo un piacevole patio terrazzato in quota, mentre il secondo rappresenta un atrio dalla conformazione abbastanza articolata che smista gli ingressi ai piani inferiori. L’edificio nondimeno esprime ulteriore qualità per il suo perfetto inserimento nella parte di città storica che lo circonda. La felice scelta cromatica del mattone facciavista, gli infissi che si collocano con un impercettibile scarto rispetto al filo esterno della muratura, le cornici lapidee bianche che inquadrano le bucature (tipiche dell’architettura olandese “di canale”) rappresentano un’ottima rilettura della tradizione. Un ultimo sguardo alla massa muraria dei prospetti esterni, in effetti molto alleggerita, smaterializzata dalle trasparenze del vetro e dalle ombreggiature create dalle logge (non incorniciate), nel cui coronamento si intravedono le scale a chiocciola che collegano i singoli alloggi alla rispettiva terrazza.
Si direbbe quindi spalancato l’accesso che porta all’Olimpo delle archistar per lui e per lo studio di cui è socio, de Architeketen Cie, tanto più che l’associazione vanta realizzazioni, riconoscimenti e prestigiosi premi a livello internazionale.
Ma qui ci solleveremo dall’incombenza di parlare della o di Ijburg, privilegiando il percorso come foriero di significati, a discapito della meta. Sarebbe infatti coincidenza assai probabile che, con l’intenzione di raggiungere la zona Ijburg o Borneo-Sporenburg ad Amsterdam, voi vi imbattiate in due realizzazioni dello studio Cie firmate Frits van Dongen, meno celebri ma sicuramente non meno interessanti, anzi.
La prima si trova in Anne Frankstraat al numero 119, un blocco residenziale che definisce un isolato angolare all’incrocio tra due canali. Il programma edilizio di Botania (dal nome del cliente) risale al 1996 e prevedeva 40 alloggi e 1.000 mq a destinazione commerciale, più una quota di parcheggi, per un totale di 27.200 mc. L’edificio, finito di costruire nel 2002, colpisce per la sua stereometrica volumetria che si immerge liscia nel canale, senza alcun tipo di basamento o di cesura o differenziazione di materiale. Il parallelepipedo, così esteticamente risoluto e severo, ha in realtà una massa interna scavata con intelligente varietà, denunciata solo in minima parte dalle bucature sui prospetti. I quaranta alloggi infatti hanno dei tagli molto diversi tra di loro, definendo un mix tipologico che caratterizza fortemente la sezione dell’edificio: alcuni di essi sono passanti, lunghi e stretti, disposti in modo da avere l’affaccio su fronti opposti del blocco. Questa particolare scelta divide il vuoto centrale in due parti, due ambiti della corte che potremmo definire “attacco al cielo” e “attacco a terra”: sul primo si affacciano alcuni degli alloggi dei piani superiori costituendo un piacevole patio terrazzato in quota, mentre il secondo rappresenta un atrio dalla conformazione abbastanza articolata che smista gli ingressi ai piani inferiori. L’edificio nondimeno esprime ulteriore qualità per il suo perfetto inserimento nella parte di città storica che lo circonda. La felice scelta cromatica del mattone facciavista, gli infissi che si collocano con un impercettibile scarto rispetto al filo esterno della muratura, le cornici lapidee bianche che inquadrano le bucature (tipiche dell’architettura olandese “di canale”) rappresentano un’ottima rilettura della tradizione. Un ultimo sguardo alla massa muraria dei prospetti esterni, in effetti molto alleggerita, smaterializzata dalle trasparenze del vetro e dalle ombreggiature create dalle logge (non incorniciate), nel cui coronamento si intravedono le scale a chiocciola che collegano i singoli alloggi alla rispettiva terrazza.
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domenica 3 giugno 2012
Igiene a Icara
Non ti starò a parlare delle precauzioni prese per l'igiene, per la libera circolazione dell'aria, per la conservazione della sua purezza, e anche per la sua purificazione. Nell'interno della città non esistono cimiteri, fabbriche insalubri, ospedali: tutti questi edifici sono situati alle estremità, in piazze ariose vicino all'acqua corrente o in campagna.
Non potrò mai indicarti tutte le precauzioni prese per la pulizia delle strade. I marciapiedi sono spazzati e lavati tutte le mattine, e sempre perfettamente puliti, è naturale: ma le strade sono talmente ben lastricate o murate che le acque non vi si fermano mai, dato che a ogni passo trovano aperture per sfuggire nei canali sotterranei.
Non soltanto il fango raccolto e spazzato con l'aiuto di strumenti ingegnosi, e comodi, sparisce, trascinato negli stessi canali delle acque delle fontane, ma tutti i mezzi che potresti immaginare vengono usati affinchè si formino meno fango e meno polvere possibile.
F. Engels - La città e la campagna
Come chiunque deve riconoscere, la soluzione borghese della questione delle abitazioni si è persa dunque nelle secche, e si è arenata davanti all'intitesi tra città e campagna. E con ciò siamo arrivati al nocciolo della questione. La questione delle abitazioni potrà essere risolta soltanto in seguito a rivolgimenti sociali di portata tale da permettere di affrontare la l'eliminazione dell'antitesi tra città e campagna, che è stata portata a suo culmine dall'attuale società capitalistica. La società capitalistica, ben lungi dall'eliminare quest'antitesi, è invece costretta a renderla ogni giorno più acuta.
[...] non è che la soluzione della questione delle abitazioni porti con sè la soluzone della questione sociale, ma al contrario soltanto la soluzione della questione sociale, con l'abolizione del modo di produzione capitalistico, renderà nel contempo possibile la soluzione della questione degli alloggi.
Voler risolvere la questione delle abitazioni e nello stesso tempo voler conservare gli odierni agglomerati urbani è un controsenso. Ma gli odierni grandi agglomerati urbani saranno eliminati soltanto dall'abolizione del modo capitalistico di produzione, e quando vi sarà dato l'abbrivio a questo,si tratterà di ben altro che di assegnare a ciascun lavoratore una casetta appartenentegli in proprietà.
martedì 22 maggio 2012
La città compatta
Sergej Ejzenstejn, regista magistrale e pioniere della
sperimentazione nel campo del montaggio cinematografico, così scriveva
nel 1929: «Non è questo forse il procedimento dell'ideogramma che
combina l'immagine indipendente della “bocca” e il simbolo dissociato
del “bambino” per dare il significato di “strillo”? Non è questo
esattamente quello che facciamo noi cineasti nel tempo, come Sharaku
nella simultaneità, quando creiamo una mostruosa sproporzione tra le
parti d'un fatto che si svolge normalmente, smembrandolo di colpo in
“un primo piano di mani che si torcono”, in “piani medi di lotta”, e
“primissimi piani di occhi sbarrati”, disintegrando col montaggio il
fatto su piani diversi?» .
Erano le basi del cosiddetto jumpcut, termine che poi è stato preso in prestito dalla materia urbanistica per indicare un fenomeno che proprio in quegli anni conosceva il suo stato larvale. Coeva è difatti la pubblicazione di Urbanisme e Vers une Architecture, testi nei quali Le Corbusier ebbe modo di teorizzare la sua definitiva scomunica della rue corridor a favore di un modello di città in cui volumi edilizi salubri ed efficienti “scordano” il rapporto con la strada e “stanno” nello spazio, rovesciandone le gerarchie che lo connotavano negli insediamenti compatti.
Richard Ingersoll si diverte nel creare un fotomontaggio in cui un’automobile è inserita nella “scena tragica” di Sebastiano Serlio , valutandone il corto circuito che questa semplice azione innesca, per il quale la prospettiva della scena fissa viene snaturata e lo spazio di facciate, piazze e vicoli rifiuta questa scomoda ingerenza.
Molto più a suo agio si trova invece l’auto nelle bretelle, nelle tangenziali, nelle circonvallazioni, in queste infrastrutture di “decompressione” centrifuga del traffico veicolare, pellicola di asfalto ai lati della quale lo sprawl si manifesta in tutta la sua “allucinata normalità” , per dirla alla Koolhaas: il ritmo che prima era serrato e costante diventa sincopato e “sedato”, le enclavi residenziali, commerciali o di qualsiasi altra funzione, risucchiano e rigettano il vuoto urbano contribuendo alla dispersione di ogni presunta logica misuratrice. L’impressione è che la città diffusa, la città generica o in qualunque altro modo la si voglia chiamare, smarrisca identità man mano che la sua densità si fa più rarefatta, secondo meccanismi per i quali la memoria della città che fu si perde tra i volumi figli delle teorie del Moderno e la parcellizzazione privata e selvaggia del territorio suburbano.
La direzione che buona parte degli studi sul tema urbano ha intrapreso ormai da trent’anni a questa parte punta dunque a restituire consistenza teorica e fisica agli insediamenti, nella nuova costruzione come negli interventi sull’esistente; la densità, oltre che presupposto fondamentale, diventa anche strumento progettuale con il quale garantire sostenibilità alle dinamiche di crescita di popolazione urbana che non accennano a diminuire. L’isolato allora si presenta come il “dispositivo urbatettonico” elementare, come cellula costitutiva base attorno alla quale concentrare gli sforzi di ricerca dati la sua persistenza nella forma urbana e in definitiva il suo successo storicamente comprovato rispetto ad altre strutture di insediamento.
continua qui su hortus, rivista di architettura
Erano le basi del cosiddetto jumpcut, termine che poi è stato preso in prestito dalla materia urbanistica per indicare un fenomeno che proprio in quegli anni conosceva il suo stato larvale. Coeva è difatti la pubblicazione di Urbanisme e Vers une Architecture, testi nei quali Le Corbusier ebbe modo di teorizzare la sua definitiva scomunica della rue corridor a favore di un modello di città in cui volumi edilizi salubri ed efficienti “scordano” il rapporto con la strada e “stanno” nello spazio, rovesciandone le gerarchie che lo connotavano negli insediamenti compatti.
Richard Ingersoll si diverte nel creare un fotomontaggio in cui un’automobile è inserita nella “scena tragica” di Sebastiano Serlio , valutandone il corto circuito che questa semplice azione innesca, per il quale la prospettiva della scena fissa viene snaturata e lo spazio di facciate, piazze e vicoli rifiuta questa scomoda ingerenza.
Molto più a suo agio si trova invece l’auto nelle bretelle, nelle tangenziali, nelle circonvallazioni, in queste infrastrutture di “decompressione” centrifuga del traffico veicolare, pellicola di asfalto ai lati della quale lo sprawl si manifesta in tutta la sua “allucinata normalità” , per dirla alla Koolhaas: il ritmo che prima era serrato e costante diventa sincopato e “sedato”, le enclavi residenziali, commerciali o di qualsiasi altra funzione, risucchiano e rigettano il vuoto urbano contribuendo alla dispersione di ogni presunta logica misuratrice. L’impressione è che la città diffusa, la città generica o in qualunque altro modo la si voglia chiamare, smarrisca identità man mano che la sua densità si fa più rarefatta, secondo meccanismi per i quali la memoria della città che fu si perde tra i volumi figli delle teorie del Moderno e la parcellizzazione privata e selvaggia del territorio suburbano.
La direzione che buona parte degli studi sul tema urbano ha intrapreso ormai da trent’anni a questa parte punta dunque a restituire consistenza teorica e fisica agli insediamenti, nella nuova costruzione come negli interventi sull’esistente; la densità, oltre che presupposto fondamentale, diventa anche strumento progettuale con il quale garantire sostenibilità alle dinamiche di crescita di popolazione urbana che non accennano a diminuire. L’isolato allora si presenta come il “dispositivo urbatettonico” elementare, come cellula costitutiva base attorno alla quale concentrare gli sforzi di ricerca dati la sua persistenza nella forma urbana e in definitiva il suo successo storicamente comprovato rispetto ad altre strutture di insediamento.
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sabato 14 aprile 2012
Aldo Rossi - Frammenti
Il termine "frammenti" mi sembra adatto a rappresentare una situazione della città moderna, o della architettura o della società. "Frammento" nella lingua italiana significa un piccolo pezzo staccato per frattura da un corpo qualunque. E con ciò esso esprime una speranza, ancora una speranza, e come tale non conviene con rottame, che esprime una moltitudine o un aggregato di cose rotte. In questa dizione, rottame potrebbe essere il corpo della città futura se le cose non dovessero cambiare e sempre più fosse accettato il disordine e poco meditata la previsione del futuro.
D'altronde, tra i suoi diversi significati, tra i quali quelli religiosi che qui non interessano, frammento significa letterariamente e artisticamente, un'opera o un componimento di cui si sia perduta gran parte, come il frammento di un libro, o l'opera stessa di un poeta di cui conosciamo solo e appunto i frammenti.
[...] Nel loro significato fisico (cose rotte, elementi mutilati) o nel loro significato generale (parti di un disegno complessivo perduto) è indubbio che i frammenti appartengono all'architettura; e vi appartengono quasi come elementi costruttivi e quasi come elementi teorici.
Attraverso questi frammenti fisici vorremmo esclamare, come nei libri dei nostri eroi o nei libri delle fiabe, "cara architettura"!. In fondo la sua materia, la sua genesi, la sua stessa vita relativamente breve ci sembra così umana e commovente da essere costretti a riguardarla con affetto.
[...] Per questo credo ancora nella città futura come in quella dove si ricompongono i frammenti di qualcosa rotto dall'origine: e quindi di una città libera, nella vita personale e anche nello stile.
Una città libera.
Aldo Rossi
disegni di studio per il cimitero di Modena e per il municipio di Scandicci, 1972 e 1968
D'altronde, tra i suoi diversi significati, tra i quali quelli religiosi che qui non interessano, frammento significa letterariamente e artisticamente, un'opera o un componimento di cui si sia perduta gran parte, come il frammento di un libro, o l'opera stessa di un poeta di cui conosciamo solo e appunto i frammenti.
[...] Nel loro significato fisico (cose rotte, elementi mutilati) o nel loro significato generale (parti di un disegno complessivo perduto) è indubbio che i frammenti appartengono all'architettura; e vi appartengono quasi come elementi costruttivi e quasi come elementi teorici.
Attraverso questi frammenti fisici vorremmo esclamare, come nei libri dei nostri eroi o nei libri delle fiabe, "cara architettura"!. In fondo la sua materia, la sua genesi, la sua stessa vita relativamente breve ci sembra così umana e commovente da essere costretti a riguardarla con affetto.
[...] Per questo credo ancora nella città futura come in quella dove si ricompongono i frammenti di qualcosa rotto dall'origine: e quindi di una città libera, nella vita personale e anche nello stile.
Una città libera.
Aldo Rossi
disegni di studio per il cimitero di Modena e per il municipio di Scandicci, 1972 e 1968
mercoledì 11 aprile 2012
Giovanni Pietro Bellori - discorso all'Accademia
Quanto l'Architettura, diciamo che l'Architetto deve concepire una nobile idea e stabilirsi una mente, che gli serva di legge e di ragione, consistendo le sue inventioni nell'ordine, nella dispositione e nella misura ed euritmia del tutto e delle parti.
Ma rispetto la decoratione e ornamenti degli ordini sia certo trovarsi idea stabilita, e confermata sù gli esempi de gli Antichi, che con successo di lungo studio diedero modo a quest'arte; quando li Greci le costituirono termini, e proportioni le migliori, le quali confermate da i più dotti secoli, e dal consenso, e successione de' Sapienti, divvennero leggi di una meravigliosa Idea e bellezza ultima che essendo una sola in ciascuna specie non si può alterare senza distruggerla.
Giovanni Pietro Bellori, L'Idea del pittore, dello scultore e dell'architetto scelta dalle bellezze naturali superiore alla natura, 1664.
architettura di frontiera - Anselmi: cimitero comunale Altilia, S. Severina
Un concetto di storia intesa come insieme di spazio e di tempo e quindi sempre come lacerto, rudere, frammento.
Suggestioni legate al frammento ed a ciò che esso evoca, non tanto sul piano della ricostruzione archeologica ed ambientale, quanto su quello dell'esperienza estetica d'un "non senso"rispetto al tempo presente. Vi è una potenzialità di estraniazione nei confronti del contesto quotidiano nascosta in "ciò che resta della storia"che ha come conseguenza l'immettere il prodotto di architettura in uno spazio tempo paradossalmente al di fuori del tempo stesso o se si vuole in una sua diversa dimensione in cui passato e futuro si identificano nell'attimo del "presente".
Occasioni d'architettura, Alessandro Anselmi, 1980.
Cimitero comunale, planimetria con testa di Hathor.
sabato 10 marzo 2012
La scena fissa della vicenda umana
Les plus grands produits de l'architecture sont moins des ouvres indivuduelles que des ouvres sociales; plutot l'enfantement des peuples en travail que le jet des hommes de gènie; le dèpot qui laisse un nation; les entassements que font les siècles, le residu des èvaparations successives de la societè humaine; en un mot, des especès de formations.
Una grotta, una grande scala, un basamento, un portico e un pozzo
Il paesaggio di Palazzolo Acreide, paese dell'altopiano ibleo, è dominato dalla presenza di necropoli e insediamenti rupestri.
Il lotto palesa la condizione singolare di questi luoghi: un sito in pendio su una cava di calcare con una grotta. Una grande scala, snodandosi attorno a questo vuoto, conduce al volume della casa: - sotto, un basamento che poggia sul banco di roccia sovrastante la grotta; - sopra, un portico (sotto il quale si articola liberamente la zona giorno) con un corpo di testata - rudere preesistente da ricostruire.
Un pozzo - fulcro attorno a cui si struttura l'intera casa - connette grotta, basamento, portico e cielo.
Francesco Venezia, Architetture in Sicilia, 1980-1993
domenica 18 dicembre 2011
il Fun palace
ARRIVATE E RIPARTITE in treno, bus monorotaia, hovercraft, auto, metrò o a piedi in qualunque momento VOI desideriate - o date semplicemente un'occhiata passando. Gli schemi informativi vi mostreranno ciò che sta accadendo. Non occorre cercare un ingresso - potete entrare a piedi da qualunque punto. Niente porte, atri d'ingresso, code o custodi: sta a voi decidere come usarlo. Guardatevi intorno - prendete un ascensore, una scala mobile per andare ovunque o verso qualunque cosa appaia interessante.
SCEGLIETE cosa volete fare - o guardate qualcun altro mentre lo fa. Imparate a maneggiare utensili, vernici, bambini, macchine, o ascoltate semplicemente la vostra canzone preferita. Ballate, parlate o fatevi sollevare in alto per vedere come gli altri fanno funzionare le cose. Sedetevi con un drink in mano a guardare lo spazio e sintonizzatevi su ciò che accade da qualche altra parte in città. Cercate di scatenare un putiferio o cominciate un quadro - o semplicemente stendetevi a terra a guardare il cielo.
CHE ORE SONO? Qualunque ora del giorno o della notte, invero o estate - in realtà non importa. Se piove, quel tetto fermerà la pioggia ma non la luce. La nuvola artificiale vi terrà al fresco o disegnerà arcobaleni per voi. I vostri piedi saranno al caldo mentre guardate le stelle - l'atmosfera tersa mentre vi unite al coro. Perchè non gustare il vostro piatto preferito lassù dove potete ammirare il temporale?
PERCHE' TUTTO QUESTO? "Se c'è una nazione che sarà perduta o salvata dal carattere delle sue grandi città, quella nazione è la nostra". Rovert Vaughn 1843.
Stiamo costruendo un giocattolo a breve scadenza nel quale tutti noi possiamo realizzare le possibilità e i piaceri che un ambiente urbano del ventesimo secolo ci deve. Deve durare non più a lungo di quanto ci occorra.
Cedric Price
sabato 17 dicembre 2011
Julio Lafuente maestro romano
Intervistatore: Lei arriva negli anni del dopoguerra, della ricostruzione, siamo nel 1950: che Italia ricorda di aver trovato?
Lafuente: Ho trovato un paese bellissimo, con gli italiani molto cordiali e accoglienti; ho trovato un clima culturale frizzante, il cinema, la pittura, l'architettura, in pieno slancio. [...] Continui dibattiti sull'architettura razionalista e l'architettura organica, discussioni tra pittura astratta e figurativa...
[...]
I: Ma c'è qualcosa che ha ammirato a tal punto da dire "avrei voluto farlo io"?
L: Praticamente tutte le opere di L. Kahn.
domenica 11 dicembre 2011
Luce come materiale da costruzione
La Luce costruisce il Tempo.
[...]
La Luce costruisce il Tempo.
E la Gravità stabilisce l'ordine dello Spazio, costruisce lo Spazio.
L'Architettura è sempre stata Architettura della Luce. E quando dico sempre, intendo dai tempi di Adriano e dai tempi del Pantheon. Il Pantheon è puro esercizio di luce. Ma anche Bernini è luce pura. Ogbi opera di Bernini è un ricerca, ricerca sulla luce nel senso più profondo e più bello della parola. O le Corbusier, e potremmo fare il triplo salto mortale completo. In fondo le Corbusier non fa altro che lavorare sulla luce. L'Architettura lavora sempre con la luce.
Io non faccio altro che ripetere che, quando un architetto scopre che la luce è il tema centrale dell'architettura, in quel momento diventa un vero architetto.
sabato 5 novembre 2011
4 - La Forma
Per quanto riguarda il metodo
In primo luogo si misura la lunghezza.
In secondo luogo, il volume.
Terzo, il calcolo.
Quarto, il confronto.
Quinta è la vittoria.
Il territorio genera la lunghezza,
La lunghezza genera il volume.
Il volume genera il calcolo.
Il calcolo genera il confronto.
Il confronto genera la vittoria.
sabato 15 ottobre 2011
Il tempo puro
Contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia, ma a fare un'esperienza del tempo, del tempo puro. Riguardo al passato, la storia è troppo ricca, troppo molteplice e troppo profonda per ridursi al segno di pietra che ne è emerso, oggetto perduto come quelli ritrovati dagli archeologi che scavano le loro fette di spazio-tempo. Ci accade di contemplare dei paesaggi e di ricavarne una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono "naturali"(meno essi devono all'intervento umano), più la coscienza che ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali.
Le rovine aggiungono alla natura qualcosa che non appartiene più alla storia, ma che resta temporale. Non esiste paesaggio senza sguardo, senza coscienza del paesaggio. Il paesaggio delle rovine, che non riproduce integralmente alcun passato e allude intellettualmente ad una molteplicità di passati, in qualche modo doppiamente metonimico, offre allo sguardo e alla coscienza la duplice prova di una funzionalità perduta e di un'attualità massiccia, ma gratuita. Conferisce alla natura un segno temporale e la natura, a sua volta, finisce col destoricizzarlo traendolo verso l'atemporale.
Il "tempo puro" è questo tempo senza storia, di cui solo l'individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione.
martedì 11 ottobre 2011
Carlo Scarpa a Vienna
" Non vorrei che credeste che sono venuto qui a farvi una predica, sono un uomo molto umile e molto semplice, ho fatto qualche lavoro, sono specialista, in tono direi ironico.
Guai agli specialisti, ma il mondo moderno ama gli specialisti. Sono diventato un mezzo museografo, faccio molte esposizioni, il mio lavoro è molto breve, non importante dal punto di visto di grandiosità e se permettete una piccola mia idea personale: grande opera d'arte, ha sempre piccola dimensione".Carlo Scarpa, estratto da unaconferenza a Vienna, 1976
mercoledì 29 giugno 2011
docentenverein
Non è logicamente impossibile concepire l'esistenza di esseri intelligenti, che vivano e si muovano sulla superficie di un qualsiasi corpo solido, capaci di percepire soltanto ciò che esiste su questa superficie e insensibili a tutto ciò che si trova al di fuori di essa.
Ugualmente non contraddittorio è supporre che siffatti esseri possano determinare le curve di minima lunghezza del loro spazio e di questo, per quanto accessibile e percepibile, formarsi nozioni geometriche. Il loro spazio, naturalmente, avrà soltanto due dimensioni.
martedì 8 marzo 2011
Possiamo essere ottimisti?
In alcuni paesi europei la considerano estinta, semplicemente non c'è più. Il che è un fatto tragico perchè l'architettura ha sempre parlato italiano. La Spagna ha avuto una grande ripresa negli anni '90, la Germania è afflitta da un razionalismo un po' esasperato, l'Inghilterra è empirica, non ha grandi idee. E poi c'è l'Italia, che nel dopoguerra e fino agli anni '80 era vivace e poi si è bloccata negli anni '90 per tangentopoli, un evento paralizzante che ha fermato tutto, terrorizzazndo le committenze pubbliche preoccupate di incappare in guai giudiziari di ogni tipo. C'è stata infine la devastante legge Merloni, antidoto ai mali della corruzione, ma essa stessa male supremo. Cosa possono fare i giovani architetti con la legge Merloni? Ormai si può parlare solo di concorsi internazionali in cui i giovani sono fatti fuori a meno che non stringano abbracci mortali con vecchi tartufi di tangentopoli che hanno accumulato pacchetti di titoli, fatturati etc...
Quindi che succede? Un giovane per poter lavorare si deve attaccare alla coda di un pescecane, o mettersi in un'associazione di molti professionisti, diciamo le cose come stanno. Ormai fa fede il fatturato, o le attrezzature che si posseggono, come se fossero garanzia di qualità. Per questo la vedo malissimo, non esiste più in Italia, e non solo in Italia, la condizione per la buona architettura che è frutto di passione individuale e rapporto solidale dell'architetto con il committente. Quel commitente che di rapporto solidale non vuole nemmeno sentire parlare, delegando ogni rischio alle coperture assicurative che a loro volta pretendono garanzie sufficienti.
Come può nascere bellezza da tutto ciò? Siamo tutti impegnati a produrre immagini virtuali per concorsi spesso virtuali, una vera e propria attività sostitutiva di quella della costruzione. Questo rischia di segnare l'estinzione dell'architettura in Italia.
mercoledì 23 febbraio 2011
Raum/extensio
Che cosa indichi la parola Raum, spazio, ce lo dice il suo antico significato. Raum, Rum, significa un posto reso libero per un insediamento di coloni o per un accampamento. Un Raum è qualcosa di sgombrato, di liberato, e ciò entro determinati limiti, quel che in greco si chiama pèras.[...] Dello spazio inteso come intervallo si possono rilevare le estensioni in altezza, larghezza, profondità. Ciò che in tal modo viene tirato fuori, in latino abstractum, ce lo rappresentiamo come la pura molteplicità delle tre dimensioni. Ciò che questa molteplicità dispone non è più definito in base a distanze, non è più spatium, ma solo pura extensio, estensione. Lo spazio inteso come extensio, però, si lascia ancora a sua volta ridurre, attraverso un processo astrattivo, a relazioni analitico-algebriche. Ciò che queste dispongono e aprono è la possibilità della pura costruzione matematica di molteplicità con qualunque numero di dimensioni. Si può dire che questo, così matematicamente disposto e aperto, è "lo" spazio.
Martin Heidegger, Building, Dwelling, Thinking, 1971
lunedì 14 febbraio 2011
una filosofia della povertà
La città di sopravvivenza è per definizione una città povera perchè un'organizzazione autosufficiente non può essere ricca (nel senso in cui la civiltà indistriale interpreta questa parola). La scialuppa di salvataggio non contiene prodotti di lusso: analogamente, il villaggio urbano non è dotato di altri oggetti di lusso che non siano i propri prodotti culturali, che non sono monetizzabili.
Sopravvivere significa rinunciare all'arricchimento: ecco quale potrebbe essere il motto della città di sopravvivenza.
Yona Friedman
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